“Laboratorio di Sviluppo Personale”

Udine 2016

Art Therapy

I primi temi psicologici compaiono nel lavoro di Davide Grazioli nel 2003 sotto forma di citazione del lavoro di James Hillmann “Il Codice dell’anima”, lettura che ha molto influenzato il modo dell’artista di guardare al tema dell’identità. Da quel momento in poi l’apertura ad un’interpretazione non meccanicistica e più orientale del concetto del Sè lo ha indotto ad approfondire sempre di più questi temi così ricorrenti nelle tradizioni filosofiche e spirituali indiane e asiatiche, passando anche per quegli autori come Terzani che hanno incarnato a vari livelli un ponte tra oriente ed occidente. Il tema del faticoso ma cruciale spogliarsi dall’ego ed dell’integrare il Sè innato nella quotidianità riappare in vari momenti nei lavori successivi, dai disegni ai dipinti fino implicitamente alle sculture di incenso.

Oggi questo tema torna in forma di attivismo e arte sociale nel lavoro di Grazioli che dal 2015 ha iniziato un cammino di formazione frequentando il Master in Process Counseling SPC ed il Training di Formazione per Operatori in Somatic Experiencing® incentrato sul tema del trauma. Ispirandosi al pensiero di riformatori del mondo della psicologia come Carl Rogers, Arnold Mindell, Milton Erickson e Peter Levin, l’artista ha iniziato a condurre workshop di sviluppo personale per ragazzi ed adulti affinché l’arte possa diventare l’ambiente facilitante ed uno strumento per l’individuo e le comunità verso il cambiamento.

Dal 2016 collabora come facilitatore con la Scuola di Process Counseling SPC di Trieste.

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“The Field Jacket Project”

Saigon/Udine 2006-2016

Projects

The Field Jacket Project nasce nel 2006 durante il primo di una serie di viaggi in Vietnam, Laos, Cambogia e Corea, durante il quale l’artista ha iniziato a collezionare le field jacket (giacche da combattimento) risalenti al periodo della guerra, che in Asia è conosciuta col nome di American War. Profondamente impressionato dalla patina di passato che aleggia nei mercati del vintage militare del sud-est asiatico e di Saigon in particolare, l’artista ha iniziato ad utilizzare le famose m-65 (e più raramente m-51) come base, per una serie limitata di ricami. Come una vera e propria estensione del suo lavoro artistico, le giacche sono state ridescritte nel loro contenuto violento da ricami che portano temi sacri e legati alla natura. Talvolta compaiono all’esterno o all’interno delle giacche anche parole ricamate. Queste e tutte le altre immagini sono una sorta di citazione su tessuto del lavoro di Masaru Emoto, Jacques Benveniste e Luc Montagnier e della loro controversa teoria sulla “memoria dell’acqua”. L’idea è di caricare o ri-bilanciare questi indumenti dall’originario contenuto violento esponendoli a concetti positivi che ne modifichino la vibrazione. The field jacket project è in sostanza un manifesto ambientalista e contro la guerra. I due concetti guerra e sfregio ambientale sono agli occhi di Grazioli intimamente collegati, in particolare se si pensa che durante la Guerra Americana sul Vietnam sono stati sganciati oltre 100 milioni di litri di sostanze tossiche, con un danno ambientale incalcolabile e che perdura fino ad oggi.

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“Atelier Awash”

Berlino/Udine 2011-2016

compositAAA3Nato dalle ceneri del precedente progetto “Banuq”, Atelier Awash è stato il seconda collezione di abbigliamento etico disegnato da Davide Grazioli. Basato anch’esso su un severo approccio senza compromessi ambientali, lo scopo di Atelier Awash è stato, seppur in piccola scala, quello di dimostrare ciò che fino a quel momento era considerato impossibile e cioè che una collezione di capi biologici, a basso chilometraggio, tinti con tinture vegetali e Made in Italy potesse essere non solo all’altezza degli elevati standard di qualità della moda contemporanea, ma addirittura talvolta superarli. Attiva dal 2011 al 2015 Atelier Awash ha distribuito la sua collezione uomo in tiratura limitata in Germania, Austria, America, Giappone e Korea.

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“Banuq”

Berlino/Cairo/Addis Ababa 2008-2011

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E’ stato il tessuto e la sua forte presenza nel lavoro di Grazioli a permettere all’artista di prendere consapevolezza riguardo all’enorme impatto ambientale della produzione tessile mondiale.

La sorpresa nello scoprire che il 25% dei pesticidi mondiali sono impiegati nella sola coltura del cotone, lo ha indotto a oltrepassare il confine con il fashion design, allo scopo di creare una collezione di abbigliamento basata su un paradigma di totale sostenibilità senza compromessi. Con la supervisione della stilista Marina Spadafora ed in partnership con Mauro Pavesi (vincitore del premio Danese IFU, International Fund for Development) lo scopo di Banuq era quello di creare la prima collezione di moda interamente sostenibile e biologica, made in Africa.

Nonostante gli eventi storici di instabilità sociale, noti come Primavera Araba, abbiano portato Banuq ad una fine improvvisa, il progetto ha operato dal 2008 al 2011 riuscendo a realizzare una collezione ad edizione limitata di abbigliamento biologico destinato ad una nicchia internazionale. Al tempo stesso Banuq ha portato know-how in Egitto ed Etiopia per la prima volta attraverso una catena produttiva interamente etica.

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“Hoarding Painters On Tin”

Milano/Chennai 2003

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Il progetto “Hoarding Painters on Tin” “Pittori d’Insegne su Lamiera” è stato un lavoro collaborativo non programmato che ha avuto luogo a Chennai (india) durante la preparazione della mostra personale “Accidental-Occidental” che Grazioli stava per inaugurare alla Accademia Nazionale d’Arte Lalit Kala nel 2003. Tutto fu innescato dall’incontro fortuito con i famosi “pittori d’insegne”. Artigiani che da sempre eseguivano, a smalto su lamiera di ferro, dipinti pubblicitari iperrealisti di enormi dimensioni, solitamente indirizzati al mercato cinematografico e politico. Ma questa realtà già di per se affascinante quell’anno colpì particolarmente la sensibilità di Grazioli perché quello che era stato per decenni il linguaggio unico del panorama urbano pubblicitario indiano veniva improvvisamente minacciato da un nuovo concorrente: la stampa digitale su teloni plastici. Presto una tecnologia fredda, più veloce ed economica avrebbe spazzato via l’antica, più lenta e manuale tradizione degli “Hoarding Painters”. Ma in quel preciso momento Chennai (la quarta metropoli dell’india) sembrava agli occhi dell’artista come sospesa in bilico su una di quelle soglie magiche tra passato e futuro che scompaiono velocemente. Infatti metà della città era ancora affissa con i vecchi smalti su lamiera mentre l’altra metà era preda dell’inarrestabile nuovo e freddo pvc stampato. Il contrasto era unico ed irripetibile. Questo senso di urgenza spinse Grazioli ad incorporare come un’estensione della sua mostra personale una parte eseguita in cooperazione col famoso Gruppo di J.P. Krishnan e il suo team di pittori. Fu così che per due mesi Grazioli e questo improvvisato team realizzarono sulle caratteristiche lamiere grezze una serie irripetibile di immagini copiando alcune fotografie che l’artista aveva scattato nel suo viaggio attraverso il Tamil Nadu poche settimane prima.

 

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